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	<title>Renato Mason &#8211; Accade In Zona</title>
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	<description>Notizie ed eventi dal territorio veneto</description>
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		<title>Botteghe artigiane, è emorragia: in dieci anni scese dell&#8217;11%</title>
		<link>https://www.accadeinzona.it/news/2019/02/02/botteghe-artigiane-e-emorragia-in-dieci-anni-scese-dell11/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Feb 2019 16:49:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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		<category><![CDATA[Cgia Mestre]]></category>
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					<description><![CDATA[L’emorragia delle imprese artigiane continua. Se nell’ultimo anno (2018 su 2017) lo stock complessivo presente in Italia è sceso di oltre 16.300 unità (-1,2%), negli ultimi 10 anni, invece, la contrazione è stata pesantissima: -165.500 attività (-11,3%). Al 31 dicembre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’emorragia delle imprese artigiane continua. Se nell’ultimo anno (2018 su 2017) lo stock complessivo presente in Italia è sceso di oltre 16.300 unità (-1,2%), negli ultimi 10 anni, invece, la contrazione è stata pesantissima: -165.500 attività (-11,3%). Al 31 dicembre scorso, invece, il numero totale delle imprese artigiane attive in Italia si è attestato poco sopra 1.300.000 unità. Di queste, il 37,7% nell’edilizia, il 33,2% nei servizi, il 22,9% opera nel settore produttivo e il 6,2% nei trasporti. E&#8217; quanto emerge da un&#8217;analisi realizzata dalla CGIA.</p>
<div class="mobile_detect">
<div class="mobiban">&#8220;Il 57 per cento della contrazione delle imprese artigiane registrata in questi ultimi 10 anni &#8211; fa notare il segretario della CGIA Renato Mason &#8211; riguarda attività legate al comparto casa. Edili, lattonieri, posatori, dipintori, elettricisti, idraulici, etc. che stanno vivendo anni difficili e molti sono stati costretti a gettare la spugna. La crisi del settore e la caduta verticale dei consumi delle famiglie sono stati letali&#8221;.</div>
<div>Il settore artigiano più colpito dalla crisi è stato l’autotrasporto che negli ultimi 10 anni ha perso 22.847 imprese (-22,2%). Seguono le attività manifatturiere con una riduzione pari a 58.027 unità (-16,3%) e l’edilizia che ha visto crollare il numero delle imprese di 94.330 unità (-16,2%). Sono in forte aumento, invece, imprese di pulizia, giardinaggio e servizi alle imprese (+43,2%), attività cinematografiche e produzione software (+24,6%) e magazzinaggio e corrieri (+12,3%). Tra le aziende del settore produttivo quelle più in difficoltà sono state quelle che producono macchinari (-36,1%), computer/elettronica (-33,8%) e i produttori di mezzi di trasporto (-31,8%).</div>
</div>
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		<title>Cgia, in Italia dal 2000 ad oggi crescita vicino allo zero</title>
		<link>https://www.accadeinzona.it/news/2017/12/23/cgia-italia-dal-2000-ad-oggi-crescita-vicino-allo-zero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Dec 2017 14:44:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Cgia Mestre]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Zabeo]]></category>
		<category><![CDATA[Renato Mason]]></category>
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					<description><![CDATA[Dall’inizio del 2000 fino al 2017 la ricchezza nel nostro Paese è cresciuta a un livello vicino allo zero, ovvero mediamente di appena lo 0,15 per cento ogni anno. E&#8217; quanto emerge da una ricostruzione statistica realizzata dall’Ufficio studi della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b>Dall’inizio del 2000 fino al 2017 la ricchezza nel nostro Paese è cresciuta a un livello vicino allo zero</b>, ovvero mediamente di appena lo 0,15 per cento ogni anno. E&#8217; quanto emerge da una ricostruzione statistica realizzata dall’Ufficio studi della <b>Cgia</b> che mostra peraltro come rispetto al 2007, anno pre-crisi, il nostro paese debba ancora recuperare 5,4 punti percentuali di Pil. Tra le componenti che compongono quest’ultimo indicatore economico, osserva la Cgia, nel 2017 la spesa della Pubblica amministrazione presenta una dimensione inferiore a quella di 10 anni fa di 1,7 punti percentuali, la spesa delle famiglie di 2,8 punti e gli investimenti addirittura di 24,3 punti percentuali in meno.</p>
<p>Il <b>dato conferma la distanza rispetto alla crescita registrata dai nostri principali partner economici dell’area dell’euro</b>. Infatti se in Italia negli ultimi 17 anni il Pil (calcolato su valori reali) è aumentato di soli 2,6 punti percentuali , in Francia l’incremento è stato del 21,7 per cento, in Germania del 23,7 per cento e in Spagna addirittura del 31,3 per cento.</p>
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<div id="attachment_8819" style="width: 263px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.accadeinzona.it/sitepressnew/wp-content/uploads/2017/12/Paolo-Zabeo.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-8819" class="size-medium wp-image-8819" src="https://www.accadeinzona.it/sitepressnew/wp-content/uploads/2017/12/Paolo-Zabeo-253x300.jpg" alt="" width="253" height="300" srcset="https://www.accadeinzona.it/sitepressnew/wp-content/uploads/2017/12/Paolo-Zabeo-253x300.jpg 253w, https://www.accadeinzona.it/sitepressnew/wp-content/uploads/2017/12/Paolo-Zabeo-190x225.jpg 190w, https://www.accadeinzona.it/sitepressnew/wp-content/uploads/2017/12/Paolo-Zabeo.jpg 360w" sizes="(max-width: 253px) 100vw, 253px" /></a><p id="caption-attachment-8819" class="wp-caption-text">Paolo Zabeo</p></div>
<p>L’Area dell’euro (senza Italia), invece, ha riportato una variazione positiva del 25,9 per cento. Tra i 19 paesi che hanno adottato la moneta unica solo il Portogallo (-1,2 punti percentuali), l’Italia (-5,4) e la Grecia (-25,2) devono ancora recuperare, in termini di Pil, la situazione ante crisi.</p></div>
<p>Ma se la crescita è mancata &#8211; osserva la Cgia &#8211; in questo arco temporale &#8220;il rigore non è mai venuto meno&#8221;. “Negli ultimi 17 anni – osserva il Segretario della CGIA Renato Mason &#8211; solo in un anno, il 2009, il saldo primario, dato dalla differenza tra le entrate totali e la spesa pubblica totale al netto degli interessi sul debito pubblico, è stato negativo. In tutti gli altri anni, invece, è stato di segno positivo e, pertanto, la spesa primaria è stata inferiore alle entrate. A ulteriore dimostrazione che in questi ultimi decenni l’Italia ha mantenuto l’impegno di risanare i propri conti pubblici, nonostante gli effetti della crisi economica siano stati più pesanti qui da noi che altrove”.</p>
<p>Anche sul fronte della produzione industriale, lo score dell’Italia registrato in questi ultimi 17 anni è stato abbastanza deludente. Rispetto al 2000, oggi scontiamo un differenziale negativo di 19,1 punti percentuali, con punte del -35,3 per cento nel tessile/abbigliamento e calzature, del -39,8 per cento nel settore dell’informatica e del -53,5 per cento nelle apparecchiature elettriche. Di segno opposto, invece, solo gli alimentari e le bevande (+11,2 per cento) e la farmaceutica (+28,3 per cento).</p>
<p>Se negli ultimi 17 anni la produzione manifatturiera in Italia è diminuita di 19,1 punti percentuali, nessun altro tra i principali paesi avanzati dell’Ue ha fatto peggio. Sebbene Spagna e Francia abbiano ottenuto dei risultati con scostamenti non molto diversi dal nostro, è invece significativa la performance registrata dal settore industriale tedesco. Tra il 2000 e il 2017 la produzione manifatturiera in Germania è aumentata di quasi 30 punti percentuali.</p>
<p>Il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo conferma &#8220;una fase di stagnazione secolare&#8221; ma &#8220;sebbene la ripresa si stia consolidando in tutta Europa, gli effetti positivi non stanno interessando tutte le aree territoriali e le classi sociali del nostro Paese. Il popolo delle partite Iva, ad esempio, continua ad arrancare; schiacciato come è da un carico fiscale eccessivo, da una burocrazia oppressiva e da una domanda interna che stenta a decollare”.</p>
<p>Inoltre, aggiunge, il tema degli investimenti rimane centrale per delineare qualsiasi politica di sviluppo economico. Ma se, spiega Zabeo, &#8220;il crollo avvenuto in questi ultimi anni è stato dovuto anche ai vincoli sull’indebitamento netto che ci sono stati imposti da Bruxelles&#8221; questi li &#8220;possiamo superare se, come prevede il Fiscal Compact, introduciamo degli aggiustamenti come la golden rule. Ovvero, la possibilità che gli investimenti pubblici in conto capitale siano scorporati dal computo del deficit ai fini del rispetto del patto di stabilità fra gli stati membri”.</p>
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		<title>Da oggi si smette di lavorare per il fisco</title>
		<link>https://www.accadeinzona.it/economia/2017/06/02/oggi-si-smette-lavorare-fisco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fasulo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jun 2017 16:23:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Cgia di Mestre]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Zabeo]]></category>
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					<description><![CDATA[“Oggi è l’ultimo giorno dell’anno che lavoriamo per il fisco; da domani, infatti, scatta il tanto sospirato giorno di liberazione fiscale”. A dare la buona notizia ai contribuenti italiani è il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA, Paolo Zabeo, che, assieme [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Oggi è l’ultimo giorno dell’anno che lavoriamo per il fisco; da domani, infatti, scatta il tanto sospirato giorno di liberazione fiscale”. A dare la buona notizia ai contribuenti italiani è il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA, Paolo Zabeo, che, assieme ai colleghi ricercatori, ha calcolato anche per l’anno in corso la data in cui iniziamo a lavorare per noi stessi: il 3 giugno, per l’appunto. “Incluse le festività  – prosegue Zabeo – nel 2017 sono stati necessari 153 giorni per scrollarci di dosso la morsa del fisco; ben 38 giorni in più rispetto al dato registrato nel 1980”.</p>
<p>L’Ufficio studi della CGIA ha preso in esame il dato di previsione del Pil del 2017 e lo ha suddiviso per i 365 giorni dell’anno, ottenendo così un dato medio giornaliero. Dopodichè, ha considerato il gettito di imposte, tasse e contributi che gli italiani verseranno quest’anno e lo ha “frazionato” per il Pil giornaliero. Il risultato di questa operazione determina la data media, cioè il 3 giugno, a partire dalla quale nel 2017 gli italiani “salutano” il fisco e iniziano a lavorare per sé. Un puro esercizio teorico che, comunque, ci permette di dimensionare un fenomeno ormai noto a tutti: le tasse in Italia sono troppe. “Lavorare 5 mesi su 12 per lo Stato – conclude Zabeo – ci dà l’idea di quanto eccessivo sia il nostro fisco. Al netto del peso dell’economia sommersa, sui contribuenti fedeli al fisco grava una pressione fiscale reale che sfiora il 50 per cento, un car ico che non ha eguali in Europa”.</p>
<p>“Per ridurre strutturalmente le tasse dobbiamo in misura corrispondente tagliare la spesa pubblica  improduttiva – segnala il Segretario della CGIA Renato Mason &#8211; e nonostante gli effetti della spending review siano stati relativamente modesti, il carico fiscale complessivo ha iniziato a scendere. Certo, se da qualche anno avessimo abbracciato la strada del federalismo fiscale, molto probabilmente la contrazione sarebbe stata maggiore. Le esperienze europee, infatti, ci dicono che gli stati federali – come la Germania e la Spagna &#8211; hanno una spesa pubblica nettamente inferiore ai paesi unitari e una qualità/quantità dei servizi offerti ai cittadini molto superiore a quella degli altri”.</p>
<p>Con l’introduzione in particolar modo del cosiddetto bonus Renzi (maggio 2014), l’eliminazione dell’Irap dal costo del lavoro (2015) e la cancellazione della Tasi (2016), la pressione fiscale in Italia ha cominciato a scendere. Oltre a questa misura, nel 2017 hanno concorso alla contrazione del peso fiscale e contributivo la riduzione dell’Ires (imposta sui redditi delle società di capitali) dal 27,5 al 24 per cento; i super-ammortamenti (al 140 per cento); l’aumento delle deduzioni Irap; l’innalzamento delle soglie per accedere al regime dei minimi e la proroga del parziale esonero contributivo a carico delle imprese che hanno assunto personale a tempo indeterminato.</p>
<p>Se dal 2011 abbiamo subito un costante aumento del prelievo fiscale, a partire dal 2014 si è invertita la tendenza anche se la stragrande maggioranza dei benefici introdotti dal governo Renzi non ha interessato il popolo delle partite Iva. “Ancora una volta – conclude il Segretario Mason &#8211; l’insensibilità della classe politica di questo Paese ha prevalso sugli interessi dei piccoli produttori. Su quel mondo di lavoratori autonomi, costituito in particolar modo da ex operai, da giovani free lance e da liberi professionisti che, inspiegabilmente, continuano a non ricevere alcuna attenzione ai loro problemi”. Per l’anno in corso, fa sapere la CGIA, il gettito complessivo di imposte, tasse e contributi che gli italiani verseranno allo Stato sarà, secondo il DEF, di 723,6 miliardi di euro. La voce più importante riguarda le imposte dirette (Irpef, Ires, Irap, etc.) che peserà sulle tasche di imprese e cittadini per 249 miliardi; seguono le imposte indirette (Iva, accise, imposte catastali, etc.) con 247,1 miliardi, i contributi sociali con 224,5 miliardi e, infine, le imposte in conto capitale (successioni, donazioni, etc.) che ammonteranno a 2,9 miliardi di euro.</p>
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		<title>Addio studi di settore? Cgia di Mestre: &#8220;bene, ma solo se le tasse vanno giù&#8221;</title>
		<link>https://www.accadeinzona.it/news/2017/05/28/addio-studi-settore-cgia-mestre-bene-solo-le-tasse-vanno-giu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fasulo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 May 2017 16:26:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fisco]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Cgia di Mestre]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Zabeo]]></category>
		<category><![CDATA[Renato Mason]]></category>
		<category><![CDATA[studi di settore]]></category>
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					<description><![CDATA[Secondo le disposizioni previste nel decreto che contiene la manovra correttiva attualmente in via di approvazione in Parlamento, la rottamazione degli studi di settore scatterà dal prossimo anno. E per le piccole imprese e i lavoratori autonomi sarà un momento [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo le disposizioni previste nel decreto che contiene la manovra correttiva attualmente in via di approvazione in Parlamento, la rottamazione degli studi di settore scatterà dal prossimo anno. E per le piccole imprese e i lavoratori autonomi sarà un momento solenne: “Per molti sarà la fine di un incubo – esordisce il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – anche se sarà necessario monitorare questo periodo di transizione con grande attenzione. I nuovi indicatori di affidabilità fiscale che sostituiranno gli studi di settore dovranno garantire una riduzione delle tasse e una maggiore semplificazione nei rapporti con il fisco. Altrimenti, questa novità servirà a poco. Per questo è determinante che nella fase di gestazione di questi indicatori siano coinvolte le associazioni di categoria dei lavoratori autonomi, che meglio di chiunque altro conoscono le specificità e le caratteristiche fiscali di queste attività imprenditoriali”</p>
<p>Dopo 18 anni di vita, sono poco più di 3,5 milioni le partite Iva sottoposte ai 193 studi di settore attivati dall’Amministrazione finanziaria. E oltre il 73 per cento dei contribuenti (pari a 2,6 milioni di attività) è congruo, ovvero rispetta le richieste avanzate dall’Amministrazione finanziaria in materia di ricavi. Questi contribuenti, tuttavia, rimangono ancora nel mirino del fisco visto che ogni anno rischiano di subire un accertamento fiscale, sebbene per gli studi di settore risultino soggetti fedeli al fisco. Nel 2016, infatti, sono stati poco meno di 368. 500 gli accertamenti in materia di Iva, Irap e imposte dirette che hanno interessato le imprese potenzialmente soggette agli studi di settore.</p>
<p>“Chi nel prossimo futuro rispetterà le disposizioni previste dagli indici di affidabilità fiscale non dovrà più essere sottoposto ad alcuna attività accertativa – dichiara il segretario della CGIA Renato Mason – inoltre, bisognerà limitare al massimo il numero di controversie per togliere quell’ansia da fisco che, purtroppo, continua a investire molti piccoli imprenditori. Per questo sarà necessario introdurre un regime premiale a beneficio di coloro che sono in regola con le richieste dell’Amministrazione, così come era stato annunciato verso la seconda metà degli anni ’90 in sede di presentazione degli studi di settore che, in seguito, è stato clamorosamente disatteso”.</p>
<p>Negli anni gli studi di settore hanno garantito un grosso apporto di gettito alle casse del Stato. Dal 1998, anno della loro introduzione, al 2015 (ultimo dato disponibile), a fronte di 49,2 miliardi di euro di maggiori ricavi ottenuti attraverso l’adeguamento spontaneo in sede di dichiarazione dei redditi, questi si sono tradotti, secondo una stima elaborata dall’Ufficio studi della CGIA, in 19,6 miliardi di euro di tasse in più versate all’erario.</p>
<p>“Certo – conclude Zabeo – è difficile stabilire quanti di questi soldi siano il frutto di una graduale emersione della base imponibile e quanti, invece, siano riconducibili a tasse  aggiuntive che i contribuenti hanno pagato perché l’asticella dei ricavi imposta dagli studi di settore era troppo elevata. Molto probabilmente la verità sta nel mezzo. Per questo è necessario che i nuovi indicatori di affidabilità non ricalchino queste vecchie abitudini”.</p>
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		<title>Burocrazia, le Pmi rischiano 111 controlli l&#8217;anno. Uno ogni 3 giorni</title>
		<link>https://www.accadeinzona.it/news/2017/05/15/burocrazia-le-pmi-rischiano-111-controlli-lanno-uno-3-giorni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fasulo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 May 2017 19:12:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Fisco]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[burocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Cgia Mestre]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Zabeo]]></category>
		<category><![CDATA[PMI]]></category>
		<category><![CDATA[Renato Mason]]></category>
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					<description><![CDATA[Si rafforza il potere ispettivo dello Stato e delle strutture periferiche nei confronti delle imprese. L’Ufficio studi della CGIA ha calcolato che, potenzialmente, una piccola azienda italiana può essere soggetta a ben 111 controlli da parte di 15 diversi istituti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si rafforza il potere ispettivo dello Stato e delle strutture periferiche nei confronti delle imprese. L’Ufficio studi della CGIA ha calcolato che, potenzialmente, una piccola azienda italiana può essere soggetta a ben 111 controlli da parte di 15 diversi istituti, agenzie o enti pubblici. In linea puramente teorica, praticamente uno ogni 3 giorni. E rispetto alla prima rilevazione eseguita dagli artigiani mestrini nel 2014, la situazione è addirittura peggiorata. Nonostante il numero dei controllori sia rimasto pressoché lo stesso, le possibili ispezioni, invece, sono aumentate di 14 unità.</p>
<p>L’elaborazione della CGIA è iniziata suddividendo il quadro legislativo generale in quattro grandi settori, dopodiché per ciascuno di essi è stato conteggiato il numero dei possibili controlli che un’attività produttiva può incorrere e gli enti deputati all’attività ispettiva.</p>
<div>
<div id="attachment_5349" style="width: 263px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.accadeinzona.it/sitepressnew/wp-content/uploads/2017/05/Paolo-Zabeo.jpg"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-5349" class="size-medium wp-image-5349" src="https://www.accadeinzona.it/sitepressnew/wp-content/uploads/2017/05/Paolo-Zabeo-253x300.jpg" alt="" width="253" height="300" srcset="https://www.accadeinzona.it/sitepressnew/wp-content/uploads/2017/05/Paolo-Zabeo-253x300.jpg 253w, https://www.accadeinzona.it/sitepressnew/wp-content/uploads/2017/05/Paolo-Zabeo-190x225.jpg 190w, https://www.accadeinzona.it/sitepressnew/wp-content/uploads/2017/05/Paolo-Zabeo.jpg 360w" sizes="(max-width: 253px) 100vw, 253px" /></a><p id="caption-attachment-5349" class="wp-caption-text">Paolo Zabeo</p></div>
<p>“Con una legislazione farraginosa e spesso indecifrabile – esordisce il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo &#8211; qualsiasi imprenditore, soprattutto se piccolo, corre il pericolo di non essere mai a norma. Pertanto, l’eventuale ispezione da parte dell’ente pubblico viene vissuta come un incubo, come una calamità da evitare assolutamente.</p></div>
<div>Per superare questa impasse non ci resta che sforbiciare il quadro normativo, rendendo più semplici e comprensibili le leggi, le circolari e i regolamenti attuativi. Altrimenti la forte discrezionalità che tutt’oggi beneficiano coloro che sono chiamati ad eseguire le attività ispettive rimarrà inalterata. Nel contempo, infine, va aumentata la platea dei controlli formali, cioè quelli eseguiti automaticamente per via telematica, alleggerendo così l’oppressione burocratica che grava sulle imprese”.</div>
<div>
<div></div>
<div>Il settore a più alta “densità” di potenziali controlli è quello dell’ambiente e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Quest’area è la più a “rischio”: è interessata da 56 possibili controlli che possono essere effettuati da 10 enti ed istituti diversi. Nel settore del fisco i controlli sono 26, nella contrattualistica 21, in quello amministrativo 8.</div>
</div>
<div></div>
<div>
<div>“I tempi e i costi della burocrazia – afferma il segretario della CGIA Renato Mason – sono diventati una patologia che caratterizza negativamente il nostro paese. Non è un caso che molti operatori stranieri non investano da noi proprio per l’eccessiva ridondanza del nostro sistema burocratico. Incomunicabilità, mancanza di trasparenza, incertezza giuridica e adempimenti troppo onerosi hanno generato un velo di sfiducia tra imprese e Pubblica amministrazione che non sarà facile rimuovere in tempi ragionevolmente brevi”.</div>
</div>
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		<title>CGIA di Mestre: &#8220;nonostante i tagli la spesa pubblica continua a salire&#8221;</title>
		<link>https://www.accadeinzona.it/economia/2017/05/06/cgia-mestre-nonostante-tagli-la-spesa-pubblica-continua-salire/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fasulo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 May 2017 18:37:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Cgia Mestre]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Zabeo]]></category>
		<category><![CDATA[Renato Mason]]></category>
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					<description><![CDATA[Se alla fine di quest’anno i tagli alla spesa pubblica ottenuti in questa legislatura (2013-2017) ammontano a 30,4 miliardi di euro, le uscite correnti al netto degli interessi sul debito, invece, non hanno invertito la tendenza. Anzi, sono continuate a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Se alla fine di quest’anno i tagli alla spesa pubblica ottenuti in questa legislatura (2013-2017) ammontano a 30,4 miliardi di euro, le uscite correnti al netto degli interessi sul debito, invece, non hanno invertito la tendenza. Anzi, sono continuate a crescere: + 31,8 miliardi. In altre parole, nonostante la  spending review abbia cominciato ad aggredire la spesa, quest’ultima, nel complesso, continua a salire e, come vedremo in seguito, a pagarne il conto sono in buona parte ancora una volta gli italiani.</p>
<p>A dirlo è un’analisi realizzata dall’Ufficio studi della CGIA. “Le uscite correnti al netto degli interessi – segnala il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo &#8211; continuano ad aumentare, in particolar modo, a causa della spesa pensionistica e delle prestazioni sociali. Se in una fase di crisi economica l’incremento delle misure a sostegno del reddito di chi si trova in difficoltà è più che giustificabile, lo è molto meno quello per le pensioni. Con l’ultima Legge di bilancio, ad esempio, è stata estesa la 14esima mensilità per i pensionati a basso reddito, è stata innalzata la no tax area Irpef per gli under 74 e sono state aperte delle finestre in uscita attraverso l’Ape. Misure che, in larga parte, non prevedono una copertura finanziaria sufficiente”.</p>
<p>Se, però, analizziamo l’andamento dei nostri conti pubblici su un arco temporale medio-lungo, il rigore non è mai venuto meno. “Tra il 2000 e il 2016 – dichiara il Segretario della CGIA Renato Mason &#8211; solo in un anno, il 2009, il saldo primario, dato dalla differenza tra le entrate totali e la spesa pubblica totale al netto degli interessi sul debito pubblico, è stato negativo. In tutti gli altri anni, invece, è stato di segno opposto. Ovvero, la spesa primaria è stata inferiore alle  entrate. A ulteriore dimostrazione che in questi ultimi decenni l’Italia ha mantenuto l’impegno di risanare i propri conti pubblici, nonostante gli effetti della crisi economica siano stati più pesanti qui da noi che altrove”. Ritornando ai dati elaborati dall’Ufficio studi, alla fine del 2017 il contributo alla riduzione dell’indebitamento netto rispetto al 2013 sarà di 30,4 miliardi di euro. Oltre la metà di questo sforzo, pari a 16,4 miliardi (il 54,1 per cento del totale), verrà richiesto alle Regioni e agli Enti locali. Lo Stato, insomma, comincia a tagliare, ma il sacrificio più importante lo impone alle strutture periferiche, in particolar modo a quelle guidate dai Governatori. E com&#8217;era facilmente prevedibile, nonostante in questi ultimi 2 anni il Governo abbia imposto l’obbligo di non aumentare le tasse locali, gli amministratori si sono “difesi” tagliando i servizi e/o aumentando le tariffe che, per loro natura, non contribuiscono ad appesantire la pressione fiscale, anche se  hanno un impatto molto negativo sui bilanci difamiglie e imprese. Infatti, tra il 2013 e il 2016 l’andamento delle tariffe regolamentate a livello locale sono aumentate in misura spesso ingiustificata. Se le bollette dell’acqua/fognatura sono “esplose” del 20 per cento circa, il servizio di asporto rifiuti è salito dell’8,4, i trasporti multimodali del 5,5, l’iscrizione alle scuole secondarie del 5,1, le mense scolastiche del 4,2, i biglietti dell’autobus del 3 e quelli dei taxi del 2,8. L’inflazione, invece, in questo triennio è aumentata solo dello 0,2 per cento.</p>
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		<title>Più di un&#8217;impresa su due chiude nei primi 5 anni di vita</title>
		<link>https://www.accadeinzona.it/economia/2017/04/30/piu-unimpresa-due-chiude-nei-primi-5-anni-vita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fasulo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Apr 2017 17:56:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Cgia Mestre]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Zabeo]]></category>
		<category><![CDATA[Renato Mason]]></category>
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					<description><![CDATA[Più di una impresa su due (55,2%), secondo un&#8217;elaborazione dell&#8217;ufficio studi della Cgia di Mestre, ha chiuso entro i primi 5 anni di vita. Un dato che mostra la grave difficoltà che stanno vivendo le imprese, specie quelle dei neoimprenditori. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Più di una impresa su due (55,2%), secondo un&#8217;elaborazione dell&#8217;ufficio studi della Cgia di Mestre, ha chiuso entro i primi 5 anni di vita. Un dato che mostra la grave difficoltà che stanno vivendo le imprese, specie quelle dei neoimprenditori. In caduta libera l&#8217;artigianato: -18.400 unità nell&#8217;ultimo anno,-134.500 dall&#8217;inizio della crisi.</p>
<div>“Troppe tasse, una burocrazia che non allenta la morsa e la cronica mancanza di liquidità – dichiara Paolo Zabeo coordinatore dell’Ufficio studi &#8211; sono i principali ostacoli che hanno costretto molti neoimprenditori a gettare la spugna anzitempo. E’ vero che molte persone, soprattutto giovani, tentano la via dell’autoimpresa senza avere alcuna esperienza e/o il <em>know how</em> necessario, tuttavia questa percentuale di chiusura così elevata è molto preoccupante, anche perché continua ad aumentare di anno in anno”.</div>
<p>Se nel 2004 il tasso generale di mortalità era al 45,4% (la percentuale di imprese ancora in vita dopo 5 anni sul totale di quelle nate nell&#8217;anno di riferimento, il 1999), 10 anni dopo la era 55,2%.A soffrire di più:costruzioni (62,7%),commercio (54,7%) e servizi (52,9%). Più contenuta la crisi nell&#8217;industria (48,3%).</p>
<div>
<div id="attachment_5085" style="width: 302px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.accadeinzona.it/sitepressnew/wp-content/uploads/2017/04/Renato-Mason.jpg"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-5085" class="wp-image-5085 size-medium" src="https://www.accadeinzona.it/sitepressnew/wp-content/uploads/2017/04/Renato-Mason-292x300.jpg" alt="" width="292" height="300" srcset="https://www.accadeinzona.it/sitepressnew/wp-content/uploads/2017/04/Renato-Mason-292x300.jpg 292w, https://www.accadeinzona.it/sitepressnew/wp-content/uploads/2017/04/Renato-Mason-219x225.jpg 219w, https://www.accadeinzona.it/sitepressnew/wp-content/uploads/2017/04/Renato-Mason.jpg 558w" sizes="(max-width: 292px) 100vw, 292px" /></a><p id="caption-attachment-5085" class="wp-caption-text">Renato Mason</p></div>
<p>“La crisi economica abbattutasi nel nostro Paese – commenta il Segretario della CGIA Renato Mason &#8211; ha sicuramente accelerato questo trend così negativo. Rispetto a qualche decennio fa, infatti, chi ha avviato un’attività</p></div>
<div>economica in questi ultimi anni, spesso ha compiuto un salto nel buio. Con il passare del tempo, molti neoimprenditori hanno sperato di poter far breccia nel mercato e di superare lo scotto iniziale senza particolari problemi. Purtroppo, però, molti non hanno retto l’urto e sono stati costretti ad abbassare definitivamente la saracinesca”.</div>
<p>A livello regionale la situazione più pesante è nel Centro-Sud. Maglia nera alla Calabria (58,5% di chiusure dopo 5 anni di vita),poi Lazio (58,1%), Liguria (57,7%) che è l&#8217;unica regione del nord nelle prime posizioni, Sicilia (57,2%),Sardegna (56,4%) e Campania (56%).Le province autonome di Bolzano (45,8%) e di Trento (49,3%), Basilicata (50,1%) e Veneto (51,9%) sono le realtà meno interessate dal fenomeno.</p>
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		<title>Sono 5 milioni gli italiani che lavorano la domenica di Pasqua</title>
		<link>https://www.accadeinzona.it/lavoro/2017/04/16/5-milioni-gli-italiani-lavorano-la-domenica-pasqua/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fasulo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Apr 2017 09:59:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Cgia Mestre]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Zabeo]]></category>
		<category><![CDATA[Pasqua]]></category>
		<category><![CDATA[Renato Mason]]></category>
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					<description><![CDATA[Sono 4,7 milioni gli italiani che lavorano la domenica. Una buona parte di questi sarà in negozio, in fabbrica o in ufficio anche il giorno di Pasqua. Tra questi quasi 5 milioni, 3,4 sono lavoratori dipendenti e gli altri 1,3 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono <b>4,7 milioni gli italiani che lavorano la domenica</b>. Una buona parte di questi sarà in negozio, in fabbrica o in ufficio anche il giorno di Pasqua. Tra questi quasi 5 milioni, 3,4 sono lavoratori dipendenti e gli altri 1,3 sono autonomi (artigiani, commercianti, esercenti, ambulanti, agricoltori, etc.). Se un lavoratore dipendente su cinque è impiegato la domenica, i lavoratori autonomi, invece, registrano una frequenza maggiore: quasi 1 su 4. E&#8217; quanto emerge da un&#8217;analisi realizzata dall’Ufficio studi della Cgia, che si basa sull&#8217;andamento dello scorso anno.</p>
<p><b>Il settore dove la presenza al lavoro di domenica è più elevata è quello degli alberghi e dei ristoranti</b>: i 688.300 lavoratori dipendenti coinvolti incidono sul totale degli occupati dipendenti del settore per il 68,3%. Seguono il commercio (579.000 occupati pari al 29,6%), la Pubblica amministrazione (329.100 dipendenti pari al 25,9%), la sanità (686.300 pari al 23%) e i trasporti (215.600 pari al 22,7%).</p>
<p><del></p>
<div id="sticky-intext-roll-wrapper"></div>
<div class="imgCont right"><img decoding="async" src="https://www.adnkronos.com/rf/image_size_1280x960/Pub/AdnKronos/Assets/Immagini/infografici/15infografica-lavora-la-domenica.jpg" /></div>
<p></del></p>
<p>Le realtà territoriali dove il lavoro domenicale è più diffuso sono quelle dove la vocazione turistica/commerciale è prevalente: Valle d’Aosta (29,5% di occupati alla domenica sul totale dipendenti presenti in regione), Sardegna (24,5%), Puglia (24%), Sicilia (23,7%) e Molise (23,6%) guidano questa particolare graduatoria. In coda alla classifica, invece, si posizionano l’Emilia Romagna (17,9%), le Marche (17,4%) e la Lombardia (16,9%). La media nazionale si attesta al 19,8%.</p>
<p>Rispetto agli altri Paesi europei, comunque, <b>l’Italia si posiziona negli ultimi posti della classifica tra chi lavora di domenica</b>. Se nel 2015, in riferimento ai lavoratori dipendenti, la media dei 28 Paesi Ue era del 23,2%, con punte del 33,9% in Danimarca, del 33,4% in Slovacchia e del 33,2% nei Paesi Bassi, da noi la percentuale era del 19,5%. Solo Austria (19,4%), Francia (19,3%), Belgio (19,2%) e Lituania (18%) presentavano una quota inferiore alla nostra.</p>
<p>&#8220;Negli ultimi anni il trend degli occupati di domenica è aumentato costantemente sia tra i dipendenti che tra gli autonomi. Nel settore commerciale, grazie alla liberalizzazione degli orari introdotta dal governo Monti, una risposta alla crisi è stata quella di aumentare i giorni di apertura dei negozi&#8221;, commenta il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo. &#8220;Con la grande distribuzione e gli outlet che durante tutto l’anno faticano a chiudere solo il giorno di Natale e quello di Pasqua, anche le piccolissime attività, nella stragrande maggioranza dei casi a conduzione familiare, sono state costrette a tenere aperto anche nei giorni festivi per non perdere una parte di clientela&#8221;, continua Zabeo.</p>
<p>Secondo il segretario dell&#8217;associazione Renato Mason, &#8220;la maggiore disponibilità di alcuni territori a lavorare nei weekend va in gran parte ricondotta al fatto che buona parte del Paese ha un’elevata vocazione turistica che coinvolge le località montane e quelle balneari, le grandi città, ma anche i piccoli borghi. E quando le attività turistico-ricettive sono aperte anche la domenica, i settori economici collegati, come l’agroalimentare, la ristorazione, i trasporti pubblici e privati, i servizi alla persona, le attività manutentive, sono incentivate a fare altrettanto&#8221;, conclude Mason.</p>
<p>&nbsp;</p>
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