Rivera: la mia autobiografia per rispondere all’affetto di tante persone

“Vedo intorno a me tanto affetto, ancora oggi. L’unica differenza è che una volta i genitori mi chiedevano l’autografo per i figli, ora sono i figli a chiedermelo per i genitori”. Gianni Rivera, ospite nella Sala degli Stucchi di Palazzo Trissino, sede del Comune di Vicenza, è un fiume in piena di gustosi aneddoti e memorie di una carriera che lo ha visto protagonista del calcio mondiale e che lo ha reso ormai “immortale” nella memoria di tanti tifosi. “Un monumento”, lo ha definito il vicesindaco Jacopo Bulgarini d’Elci introducendo l’incontro.
L’occasione è stata la presentazione del suo libro “Gianni Rivera ieri e oggi, autobiografia di un campione”. Insieme all’indimenticato “Golden Boy”, erano presenti, oltre al vice sindaco, l’assessore alla formazione Umberto Nicolai, il presidente dell’Associazione Italiana Calciatori (AIC) Damiano Tommasi, il direttore generale dell’AIC Gianni Grazioli e Sergio Campana, presidente onorario dell’Assocalciatori che proprio con Rivera fondò nel lontano 1968.
Il libro raccoglie immagini, racconti ed emozioni di uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, con una selezione dei migliori articoli, circa 400, e tutte le prime pagine e le copertine dei settimanali dedicate alla sua carriera.
“Un libro nato grazie all’impegno di anni di mia moglie Laura”, ha ricordato il calciatore, che fu il primo italiano a vincere, nel 1969, l’ambito Pallone d’Oro. E proprio della sua carriera Rivera ha voluto ricordare alcuni episodi, che hanno coinvolto il pubblico in un botta e risposta tra appassionati di calcio e vecchi tifosi milanisti. Come quella volta che il paròn, Nereo Rocco, mitico allenatore del Milan, dopo una sfuriata in spogliatoio diede un calcio ad una valigia, senza sapere che all’interno conteneva attrezzi di ferro, facendosi male al piede ma senza darlo a vedere per non sminuire la sua arrabbiatura verso i giocatori. “Basava tutto sul rapporto umano con i giocatori, più che su quello tecnico. Magari ti diceva di tutto, ma un attimo dopo era capace di cambiare tono e di tirarti su il morale”.
Scontata la domanda sull’epica semifinale dei Mondiali del 1970, quell’Italia-Germania 4-3 rimasta nell’immaginario collettivo come una delle partite più belle della storia, se non la più bella. “Dell’ultimo gol ricordo che sul campo ero convinto di aver calciato di sinistro, solo dopo in video ho visto che avevo colpito la palla con il destro. E’ stata emozionante anche per noi, oltre che per il pubblico sugli spalti e a casa”.
Ma l’emozione, tra il pubblico presente in sala, è ancora forte al ricordo di un calcio forse più romantico di quello di oggi e simbolo di un’Italia diversa, più sognatrice e proiettata verso il futuro. Di quell’Italia di cui Gianni Rivera è stato uno dei simboli.